Ernest, Scott, James e gli altri

Ogni buon lettore o amante della letteratura conosce l’esistenza di questo posto. Si tratta di una piccola libreria in un luogo strepitoso: “Shakespeare and Company” sulla Rive Gauche a Parigi, di fronte a Notre Dame e alla Senna. La cosa che non tutti sanno è che quello che oggi appare come una tappa obbligata per chi è alla ricerca di emozioni letterarie un po’ vintage, a suo tempo  è stato un luogo di grande avanguardia.

In primo luogo la fondatrice è stata una giovane ragazza americana nata a Baltimora nel 1887 che a soli trent’anni nel 1917 si stabilì a Parigi per aprire una libreria specializzata in testi in lingua inglese. Si tratta di Sylvia Beach la quale nel 1952 ha raccontato la sua storia in un libro, “Shakespeare and Company”appunto, che ho acquistato su Internet alcuni anni fa. E’ stato uno dei miei primi acquisti elettronici, frutto del caso e dei suggerimenti automatici che compaiono in fondo alla pagina di Amazon (“…spesso acquistati insieme…”). Sono certa del fatto che stavo cercando tutt’altro, ma non potetti resistere a questo richiamo.

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La libreria “Shakespeare and Company”, che all’apertura si trovava in realtà nei pressi di rue de l’Odeon, diventò il punto d’incontro per tutti (ma davvero tutti) i grandi scrittori della cosiddetta Generazione Perduta, da Pound a Ernest Hemingway (che abitava giusto dietro l’angolo), da Scott Fitzgerald a James Joyce. Come se questo non bastasse, nel 1922 Sylvia si assunse il rischio di pubblicare l’”Ulisse” di  Joyce, un libro difficile che nessun editore si prendeva la briga di dare alle stampe, un’opera di pura avanguardia. Lo stesso Joyce, si legge nelle pagine, era convinto che “se ne avessimo fatto una dozzina di copie, qualcuna sarebbe rimasta invenduta”. Ma Sylvia si impuntò: la prima edizione fu di mille copie e ne promosse la pubblicazione in tutta Parigi con un abile volantinaggio. Nessuno poteva lasciare il negozio senza averne prenotato una almeno copia. Ne rimasero solo nove e il resto è storia della letteratura.

“Qualunque cosa facesse, Hemingway la faceva con serietà e competenza, si trattasse pure di curare un bambino”, racconta più avanti Sylvia, quando ricorda lo scrittore americano nell’insolita veste di giovane padre che, con il figlio in braccio, passava dalla libreria per leggere riviste. Scott Fitzgerald e sua moglie Zelda invece pare che dovessero bere fiumi di champagne a Montmartre per cercare di liberarsi di tutto il denaro che lui guadagnava.

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Una pagina dopo l’altra, ci si trova così immersi in una atmosfera vivace e stimolante, la stessa che ci doveva essere in quella piccola libreria di Parigi nata per realizzare il sogno di una ragazza di Baltimora. Se Sylvia avesse fatto la bibliotecaria nella sua città o avesse aperto una libreria francese a New York (questo era in effetti il suo sogno iniziale), la letteratura mondiale sarebbe stata la stessa? Quel gruppo di scrittori di lingua inglese che hanno fatto di Shakespeare and Company, nel cuore di Parigi, il loro punto di ritrovo, di scambio di idee, avrebbero scritto le stesse righe, gli stessi intrecci?

 Forse sì, forse non sarebbe cambiato proprio niente ma a me piace pensare invece che la forza propulsiva di un sogno può fare la differenza.

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