‘E nell’istante stesso in cui lo seppe, cessò di saperlo.’

Ho letto Martin Eden per la prima volta durante uno dei periodi più complicati della mia adolescenza. Per motivi di famiglia, avevamo appena lasciato la grande città dove ero cresciuta, per stabilirci lontano, in provincia. Sentivo che il mondo mi si chiudeva addosso in quel momento, proprio in quel momento in cui avrei avuto voglia di tutto il contrario, di scoprirlo, di capire quello che poteva riservarmi. Mi sentivo sola, senza amici e passavo buona parte del mio tempo in camera a piangermi addosso. Leggevo di tutto e incontrai Martin Eden. L’edizione è proprio quella della foto, economica della BUR, e a guardarla adesso rimango un po’ perplessa davanti a quella copertina con il volto di un signore ben pettinato, in giacca e cravatta, un bancario insomma.20170310_175246

Martin è tutt’altro, è un marinaio povero, e vuol fare lo scrittore. Tutto è contro di lui già in partenza, ma come se non bastasse si innamora della ragazza sbagliata, Ruth. Lei appartiene ad una famiglia benestante che, come è ovvio, non vede di buon occhio un fidanzamento tra i due. Ma un sogno è un sogno e Martin non si arrende, scrive e scrive e invia tutto a case editrici che puntualmente gli rifiutano la pubblicazione. Tutti lo considerano un pazzo sconsiderato:

Perde il tempo a scrivere, cercando di fare quello che i geni e pochi uomini con una cultura universitaria riescono qualche volta a fare. Un uomo che pensa al matrimonio, dovrebbe pensare al matrimonio “

Il ragionamento della madre di Ruth non fa una piega ed è il ragionamento che fanno tutti intorno a Martin. Tutti tranne uno, un amico un pazzo scrittore come lui, Russ Brissenden, che pur incoraggiandolo a non mollare, viene lui stesso travolto dalla disperazione per gli insuccessi dei suoi lavori e si toglie la vita. Qualcosa si spezza dentro l’animo di Martin Eden. Quando finalmente riesce a sfondare, a pubblicare le sue opere, a guadagnare molto, si rende conto che intorno a lui si è messo in moto un meccanismo contrario ma ugualmente perverso per cui non viene dato valore a ciò che lui scrive ma al “fenomeno” che rappresenta. Rifiuta Ruth, ora che la sua famiglia la spinge verso di lui e si imbarca sul Mariposa, diretto verso i mari di Sud in cerca di nuove motivazioni ma durante il viaggio decide di lasciarsi andare in mare e annega.

E nell’istante stesso in cui lo seppe, cessò di saperlo.

Sono proprio queste le ultime parole del romanzo, un attimo di consapevolezza prima di morire. Un attimo e basta. Tutti i sogni, benché realizzati, di Martin finiscono lì, di fronte alla difficoltà di non essere accettato ed amato per quello che era, ma per la fama o il denaro ottenuti.

Jack London fu lo scrittore più letto nel mondo negli anni che andarono tra il 1900 e il 1920 ed ottenne fama e soldi a palate per quell’epoca ma nemmeno lui ha fatto una bella fine.

Il suo ritratto (nella foto) lo rivela molto più simile al suo personaggio di quanto lui stesso forse poteva immaginare ed infatti in molte edizioni successive le copertine riportano l’immagine di Jack, bello e spettinato.Jack-London

Nel bel mezzo delle mie disperazioni da teen ager, dunque, mi aggrappai a Martin Eden, un ragazzo diverso dagli altri, in un ambiente che lo teneva a distanza , che non riusciva ad amarlo per la persona che lui pensava di essere e per quello che voleva diventare. Qualunque adolescente si sente così, almeno un po’, a maggior ragione se ti trovi in una città nuova e senza amici all’orizzonte.

Ma da grandi, poi, riusciamo davvero a fare a meno di quel bisogno di essere amati e compresi per ciò che si è, nel modo più naturale e diretto possibile? Chi di noi non vorrebbe sperimentare nel corso della propria esistenza quell’attimo di consapevolezza di sé che ci fa conoscere chi siamo davvero?

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Ernest, Scott, James e gli altri

Ogni buon lettore o amante della letteratura conosce l’esistenza di questo posto. Si tratta di una piccola libreria in un luogo strepitoso: “Shakespeare and Company” sulla Rive Gauche a Parigi, di fronte a Notre Dame e alla Senna. La cosa che non tutti sanno è che quello che oggi appare come una tappa obbligata per chi è alla ricerca di emozioni letterarie un po’ vintage, a suo tempo  è stato un luogo di grande avanguardia.

In primo luogo la fondatrice è stata una giovane ragazza americana nata a Baltimora nel 1887 che a soli trent’anni nel 1917 si stabilì a Parigi per aprire una libreria specializzata in testi in lingua inglese. Si tratta di Sylvia Beach la quale nel 1952 ha raccontato la sua storia in un libro, “Shakespeare and Company”appunto, che ho acquistato su Internet alcuni anni fa. E’ stato uno dei miei primi acquisti elettronici, frutto del caso e dei suggerimenti automatici che compaiono in fondo alla pagina di Amazon (“…spesso acquistati insieme…”). Sono certa del fatto che stavo cercando tutt’altro, ma non potetti resistere a questo richiamo.

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La libreria “Shakespeare and Company”, che all’apertura si trovava in realtà nei pressi di rue de l’Odeon, diventò il punto d’incontro per tutti (ma davvero tutti) i grandi scrittori della cosiddetta Generazione Perduta, da Pound a Ernest Hemingway (che abitava giusto dietro l’angolo), da Scott Fitzgerald a James Joyce. Come se questo non bastasse, nel 1922 Sylvia si assunse il rischio di pubblicare l’”Ulisse” di  Joyce, un libro difficile che nessun editore si prendeva la briga di dare alle stampe, un’opera di pura avanguardia. Lo stesso Joyce, si legge nelle pagine, era convinto che “se ne avessimo fatto una dozzina di copie, qualcuna sarebbe rimasta invenduta”. Ma Sylvia si impuntò: la prima edizione fu di mille copie e ne promosse la pubblicazione in tutta Parigi con un abile volantinaggio. Nessuno poteva lasciare il negozio senza averne prenotato una almeno copia. Ne rimasero solo nove e il resto è storia della letteratura.

“Qualunque cosa facesse, Hemingway la faceva con serietà e competenza, si trattasse pure di curare un bambino”, racconta più avanti Sylvia, quando ricorda lo scrittore americano nell’insolita veste di giovane padre che, con il figlio in braccio, passava dalla libreria per leggere riviste. Scott Fitzgerald e sua moglie Zelda invece pare che dovessero bere fiumi di champagne a Montmartre per cercare di liberarsi di tutto il denaro che lui guadagnava.

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Una pagina dopo l’altra, ci si trova così immersi in una atmosfera vivace e stimolante, la stessa che ci doveva essere in quella piccola libreria di Parigi nata per realizzare il sogno di una ragazza di Baltimora. Se Sylvia avesse fatto la bibliotecaria nella sua città o avesse aperto una libreria francese a New York (questo era in effetti il suo sogno iniziale), la letteratura mondiale sarebbe stata la stessa? Quel gruppo di scrittori di lingua inglese che hanno fatto di Shakespeare and Company, nel cuore di Parigi, il loro punto di ritrovo, di scambio di idee, avrebbero scritto le stesse righe, gli stessi intrecci?

 Forse sì, forse non sarebbe cambiato proprio niente ma a me piace pensare invece che la forza propulsiva di un sogno può fare la differenza.

Microdecisioni

Una proposta di matrimonio, una giovane vedova inglese ospite in una villa di amici e le colline di Firenze.

All’apparenza ci sono tutti gli ingredienti per una piacevole lettura romantica, magari con qualche cliché. Le cose però cambiano se le proposte di matrimonio diventano due nel giro di poche ore e se un terzo uomo decide di porre fine a suoi giorni proprio nella camera da letto della protagonista. Con buona pace delle trame scontate.

In Villa (titolo originale Up at the Villa) di W. Somerset Maugham è un romanzo breve che ho acquistato attratta da quanto veniva promesso nella quarta di copertina in cui si parla di “macchine narrative i cui meccanismi funzionano come gli ingranaggi di un orologio”. Proprio così.

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La storia si dipana nello spazio di appena quarantotto ore durante le quali Mary, giunta a Firenze dalla piovosa Inghilterra per decidere cosa fare del proprio futuro, comprende di sé stessa più di quanto abbia fatto nella sua intera esistenza.

Del resto a volte ci vuole un passo falso, un comportamento inatteso anche a noi stessi per essere obbligati a guardarci dritti dentro, senza scampo.

Mary è bella, lo è sempre stata e lo ha sempre saputo. Come molte donne belle impara a gestire questa sua qualità fin da piccolissima in modo molto razionale e con poca vanità. Ma basta un’ attimo e l’effetto della sua bellezza sugli altri le sfugge di mano con effetti drammatici.

E’ così per tutti. Ci sono istanti nel corso della vita in cui non si prendono delle vere e proprie decisioni, non ce n’è il tempo materiale. Fai una cosa perché ti sembra che in quella precisa azione sia racchiuso il significato della tua intera esistenza. Solo a distanza di anni si riesce a valutare se è davvero stato così.

A me è capitato quella volta a quindici anni quando mi sono buttata in piscina tutta vestita per dimostrare che avevo carattere. Mi rendo conto che non sia un gran colpo di testa, ma in quel momento mi sembrò di avere in mano tutta la mia vita. E comunque, a parte una gonna da buttare e un raffreddore (era ottobre), non ci furono molte altre conseguenze.

Mary invece deve immediatamente fronteggiare gli effetti di quanto ha fatto seguendo l’esaltazione di un attimo. E qui entra in gioco la macchina narrativa promessa. I motivi di suspense si accavallano e ti spingono fino all’ultima riga senza alcuna caduta di tensione. Happy ending garantito e Dio salvi il Re.

Ma poi tutte quelle microdecisioni prese in una frazione di secondo, sono davvero solo dettate dall’istinto? O piuttosto sono una specie di crepe improvvise nelle nostre vite ben organizzate da cui sprizza fuori la luce che abbiamo dentro? Tutto dipende da quello che succede dopo, dai rischi cui ci si è esposti e dagli eventuali riassestamenti dovuti di solito al caso.

Perché noi, poveri umani in carne e ossa, a differenza di Mary, non possiamo certo confidare nei perfetti meccanismi di W. Somerset Maugham: è già molto se ci tengono d’occhio il Caso, il Destino o, nei casi più fortunati, la Provvidenza.

L’amico di Marilyn

Non c’è niente di originale nell’avere una passione per Marilyn Monroe. Chi non ce l’ha. Ed io non faccio eccezione, anzi.

Da adolescente guardavo i suoi film con mio padre, quelli musicali in particolare. Intuivo che nel suo modo di essere c’era una tenerezza speciale che andava al di là della sua fisicità dirompente ed era per quello che tutti la amavano. Non era solo il suo inarrivabile decolleté.

In quel periodo ho raccolto un sacco di materiale su di lei, articoli, biografie, foto. Quando i suoi film passavano in tv, li registravo sulle cassette VHS per poterli rivedere tutte le volte che volevo.

Vita e opinioni del cane Maf e della sua amica Marilyn Monroe“ di Andrew O’Hagan (Fazi Editore) mi è stato regalato per un compleanno da qualcuno che conosce bene questa mia vecchia passione. Ormai due conti con la femminilità (e con la vita) li ho fatti e ho anche sperimentato che sì, in una sola breve esistenza ci possono essere cose intense e drammaticamente diverse. Ma una storia che parla di Marilyn durante il suo periodo newyorkese nei primi anni 60 è sempre affascinante. In realtà è Maf (diminutivo di Mafia Honey) il vero protagonista, un cagnolino inglese un po’ filosofo che le viene regalato niente meno che da Frank Sinatra. Segue la sua amica, la osserva da un punto di vista insolito, e ne racconta proprio i suoi momenti più struggenti: a passeggio insieme per Central Park, a visitare una galleria d’arte o al ristorante con gli amici intellettuali pieni delle loro idee. Marilyn deve riprendersi dal divorzio da Arthur Miller, incontra J.F. Kennedy, è sul set del suo ultimo film. E’ la parte finale della sua vita e Maf le è sempre accanto.

Ho iniziato a leggerlo subito dopo averlo ricevuto in dono, approfittando del tempo estivo, e scorrazzando con Maf per Manhattan in lunghe macchine anni 50, tra cocktail al Plaza e pomeriggi dall’analista, ho ritrovato una sfortunata amica.

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Il sapore della Nutella

Anche i libri, ammettiamolo, ogni tanto si comprano d’impulso. Un po’ come capita al supermercato quando metti nel carrello due confezioni di cioccolatini che non avevi proprio previsto oppure il barattolo gigante della Nutella. Ti attira e lo compri, punto e basta.

Nell’Aprile 2012 ero alla FNAC a spasso, senza l’idea di comprare un libro preciso. Ma sono stata attratta da questo titolo “Quella sera dorata”. Sono bastate tre parole a farmi decidere.

Le sere dorate, la luce limpida del tardo pomeriggio mi hanno sempre emozionato. La giornata si sta compiendo, tutto è più rilassato perché tutto è stato fatto, la luminosità si adegua. E’ un momento da godere in ogni stagione ma in particolare in estate. Sono quelle le sere dorate che attendo di più e in cui mi immergo non appena posso. Sono i momenti in cui credo di sentire, se esiste, il sapore della vita. Ma non quello generico, tipo l’Amaro Averna, o cose così, ma un vero sapore, di quelli che senti in bocca e rimangono lì per un po’ a farti desiderare che non se ne vadano mai. Come il caffè o la Nutella, appunto.

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Non conoscevo l’autore, Peter Cameron e non conosco il paese in cui si svolge la storia, l’Uruguay, ma mi sono immersa nelle sere dorate raccontate tra quelle pagine.

E’ la storia di un amore che finisce e di uno che nasce eppure non si parla granché di amore, anzi. Si parla piuttosto di progetti, di prospettive di lavoro, di possibilità di carriera. Sembrano temi diversi ma la felicità di un’esistenza non dipende forse dalla combinazione riuscita di tutti questi elementi?

Se riusciamo a capire chi siamo, cosa ci piace e, soprattutto, se riusciamo ad avere le idee chiare prima che sia troppo tardi, questo può essere determinante anche per le nostre scelte sentimentali.

Omar Razaghi, il giovane protagonista, all’inizio del racconto crede di volere delle cose, per poi accorgersi che la sua strada va da tutt’altra parte. Ma lo fa in tempo, per sua fortuna, e sceglie.

Tutto questo in un intreccio di dialoghi che meravigliano per la naturalezza e la funzionalità. Svelano le personalità dei personaggi come in un film, anche perché le descrizioni sono ridotte al minimo.

Iniziato il primo maggio e terminato il venti dello stesso mese, senza interruzioni.

Solo tempo dopo aver concluso la lettura, risfogliando in modo distratto il libro, ho notato il titolo originale “ The city of your final destination”, bello quasi quanto la versione italiana. 

Non sono certa però che mi avrebbe attirato come un barattolo di Nutella.

Peter ed io

Se eri bambino a cavallo tra gli anni 60 e 70 come minimo ti toglievano le tonsille. Delle volte anche le adenoidi e magari tutto in un colpo solo. Non so perché. Per me non è stato diverso, solo che mi furono tolte solo le adenoidi che pareva fossero la causa di tutti i miei malanni infantili.

Non ero sicura che fosse un affare mantenere le tonsille al loro posto: si diceva che ti facessero mangiare un sacco di gelati dopo l’operazione. Avevo cinque anni, una fifa blu e una bellissima vestaglina rossa da portare in ospedale. In effetti di gelati non ne vidi nemmeno l’ombra, ma i risvolti positivi di quella prima esperienza ospedaliera ci furono comunque: ricevetti un bel po’ di regali di consolazione. Tra questi ne ricorderò tre: Ciccio Bello (la novità del momento), un servizio da caffé per bambole in vera ceramica (cioè se cadevano si rompevano davvero) e il libro “Peter Pan”, quella che sarebbe stata la mia prima grande avventura nella lettura.

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Non avevo idea che Londra e i giardini di Kensington fossero luoghi reali e anche piuttosto conosciuti. Sapevo che a Firenze (dove abitavo in quegli anni) dietro la Fortezza da Basso, c’era (e c’è ancora) un bel giardino pubblico con un piccolo lago ed un vialetto che gli gira intorno. Per me, senza alcun dubbio, quelli erano i giardini di Kensington e da lì partiva ogni viaggio di Peter e Wendy verso l’Isola che Non C’è.

A cinque anni sai già che una storia è una storia, una cosa diversa dalla realtà , ma sai anche che puoi permetterti di giocare con quella storia e portarne via con te qualche pezzetto . Io per un po’ portai via le fate e le sirene e anche un amico come Peter, con cui parlare ogni tanto, se mi sentivo sola.

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Quando sono andata a vivere in una casa mia, quel libro l’avevo lasciato indietro, insieme a molte altre cose di cui pensavo di non aver più bisogno. Dopo qualche anno però, un po’ con la scusa di volerlo leggere ai figli, sono andata a recuperarlo e l’ho riportato da me.

Non lo tengo su uno scaffale, come gli altri. Per questo libro ho un posto speciale e segreto. Così quando mi torna la voglia di quell’atmosfera un po’ magica e un po’ triste che racchiude, so dove andarla a cercare. Peccato che nel frattempo, distratta da Peter e dai suoi baci-ditali, sono diventata grande. Proprio come Wendy.